Il vivere civile, dalla teoria alla pratica.

Eccomi tuffata di nuovo da qualche settimana nella scrittura della mia tesi, consacrata in gran parte all’umanesimo civile fiorentino. Secondo lo storico tedesco Hans Baron — il fondatore de l’espressione « umanesimo civile » —, l’umanesimo civile fiorentino è quello corrente di pensiero nato in seguito alla crisi politica del 1400-1402, crisi che opponeva la repubblica fiorentina alla tirannia milanese guidata da Giangaleazzo Visconti. La vittoria fiorentina nel 1402 fece scattare una alleanza singolare tra la cultura umanista e la cultura civile. Questa alleanza operò una trasformazione sostanziale dell’umanesimo : l’umanesimo civile del Quattrocento ruppe coll’umanesimo letterario del Trecento. Questa rottura si distinse in particolare dalla sostituzione dell’ideale di vita contemplativa dal quello di vita attiva, o più precisemente quello del vivere civile, cioè quello che considerava che l’uomo dovesse, per realizzare la sua virtù, partecipare attivamente alla vita della città. Secondo lo storico delle idee neozelandese John Pocock — autore del famoso Momento machiavelliano —, il linguaggio dell’umanesimo civile conobbe diverse fasi di trasmissione, passando dal Rinascimento fiorentino alle Revoluzioni inglese poi americana. Lontano di essere un corrente di pensiero effimero, l’umanesimo civile fiorentino sarebbe quindi l’origine di una lunga tradizione del pensiero politico moderno, che costituirebbe, inoltre, un paradigma alternativo alla tradizione liberale.

Evidentemente, l’ideale del vivere civile non rappresenta, per me, solo un simplice interesse universitario ma, prima da tutto, un interesse esistenziale. Ho già raccontato in altri articoli la mia esperienza nella militanza politica, che può essere considerata come l’una delle forme possibili di messa in pratica del vivere civile, anche se, oggi, quella non mi sembra più corrispondermi. Vorrei, in quest’articolo, raccontare un’altra esperienza, che considero come un’altra forma possibile di messa in pratica del vivere civile, quella del campo di volontariato, anche chiamato workcamp.

La storia dei campi di volontariato risale all’indomani della prima guerra mondiale. Nel 1920, l’ingeniere svizzero Pierre Cérésole mette a posto un primo campo riunendo volontari francesi e tedeschi per ricostruire il paese di Esnes — paese devastato dalla battaglia di Verdun — in una perspettiva di riconciliazione e di unione dei popoli. Seguito alla riuscita di questo primo campo di volontariato, Pierre Cérésole e i volontari del campo creanno il Servizio Civile Internazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, parecchie associazioni di campi di volontariato nascono in Francia, tra le quale si pùo cittare, per esempio, Jeunesse et Reconstruction, Concordia o Solidarités Jeunesses. Oggi, i campi di volontariato si sono moltiplicati e diversificati, tanto sul piano dei valori promossi quanto su quello di campi d’intervenzione.

Per quanto mi riguarda, ho iniziato a fare l’esperienza dei campi di volontariato l’anno scorsco, esperienza che ho deciso di rinnovare quest’anno. Nel luglio scorso, sono andata in Italia, nella regione della Puglia, per un campo intitolato « Un gioco che dura tutto un viaggio ». A differenza dei campi di volontariato che avevo esperimentati l’anno scorso, si trattava questa volta di campo internazionale. Tra i volontari, diverse contrade europee erano rappresentate : l’Italia, la Spagna, l’Ollanda, la Germania, l’Inghilterra, la Russia e la Francia. Oltre a questa diversità culturale tra i volontari, vivevamo al quotidiano nel Villaggio Don Bosco, una comunità che accoglie dei minori immigrati, provenienti dalla Guinea, dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dall’Afghanistan o ancora dal Pakistan.

Il nostro « lavoro » consisteva la mattina nell’animare dei laboratori nell’ambito di una settimana interculturale alla Casa del Giovane, un centro di accoglienza per bambini situato nella città di Foggia. Durante questa settimana, la Casa del Giovane era stata ridecorata con i colori della Cina e prendeva la forma di una mini-città chiamata Ryu. Questa mini-città aveva la sua propria legislazione giuridica ed economica. Per illustrare questo, alcuni bambini giocano il ruolo di impiegati statali, caricati di missioni amministrative mirando a dare dei permessi di lavoro. Una volta ottenuto un permesso di lavoro, potevano, per esempio, aiutare il chef a preparare un piatto del mondo. Lavorando, ottenevano dei tao, la moneta locale della mini-città di Ryu. Poi, potevano spendere questi tao per regalarsi dei svaghi, come dei lezioni di danze del mondo, dei lezioni di « batteria umana », dei lezioni di lingua francese, spagnola e afghana o ancora un biglietto per vedere la partita di calcio offerta dalla nazionale della Guinea. Lo scopo di questa settimana interculturale sotto la forma della mini-città di Ryu era quello di insegnare ai giovani a prendere parte alla vita della loro città mentre aprendosi all’incontro di diverse culture.

Una volta tornati dalla Casa del Giovane al Villaggio Don Bosco, noi (i volontari internazionali, i giovani del villaggio Don Bosco e gli educatori sociali) condividevamo insieme i pranzi. Partecipavamo colletivamente ai compiti domestici che riguardavano l’organizzazione dei pranzi. Durante il pomeriggio, avevamo tempo libero. Il tempo era talvolta al sonnelinno, spesso a delle discussione permettando di imparare più su ciascuno di noi. Nel tardo pomeriggio, Domenico, l’organizzatore del campo di volontariato, ci riuniva per fare il punto delle « positività » della giornata. Seduti in cerchio, ognuno di noi era invitato a prendere la parola per condividere le sue idee e emozioni. Ci destreggiavamo fra l’inglese e l’italiano in modo che ognuno possa essere capito dall’intero gruppo. Questa riunione esisteva per fare il punto ma anche e sopratutto per creare un sentimento di appartenenza ad uno stesso gruppo, fondato sulla partecipazione attiva di ciascuno dei membri al dialogo che mirava a decidere dei laboratori di mettere a posto per la mini-città dei giovani. Imparavamo tutto semplicemente a vivere e lavorare insieme al servizio di una opera comune.

Insomma, partire per campi di volontariato internazionale è una bella maniera di educarsi alla cittadinanza grazie all’incontro interculturale ed al dono del suo tempo per operare al bene comune. In un mondo dove regnano l’individualismo d’una parte e la xenofobia d’altra parte, quest’esperienza mi ha profondamente ridato della speranza nella capacità degli uomini e delle donne originari da diverse culture di ritrovare e condividere gioiosamente la loro comune umanità.

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